A qualcuno potrà apparire stravagante. Eppure per raccontare una storia di vini partiamo da un villaggio che nel nome evoca l’acqua: Fontaniva. Gli specialisti fanno derivare il toponimo da fons viva. È in questo paesello della Val d’Arigna, nel cuore della catena orobica, che verso la fine dell’Ottocento Giuseppe Rainoldi e la moglie Domenica aprono un’osteria con di fianco una bottega di alimentari. Sugli scaffali si può trovare un po’ di tutto. O meglio, tutto quel poco che allora basta per vivere. Giuseppe è il primo dei dodici figli messi al mondo da Lorenzo Rainoldi e Maria Tuia. Viene alla luce nel 1866, mentre infuria la Terza Guerra d’Indipendenza. Quell’anno tanti giovani accorrono in Valtellina per difendere i confini. Forse sono queste convergenze epocali a conferire a Giuseppe un temperamento intraprendente. Fatto sta che a un certo punto della sua esistenza avvia un’attività di commercio. A Fontaniva, appunto, un luogo solitario a 824 metri di quota. Così è descritta la piccola frazione di Ponte in Valtellina su L’Eco della Provincia di Sondrio nel 1888. «Non è Arigna, come moltissimi villaggi di montagna, visitato da curiosi e da touristes, o scelto a soggiorno nella stagione estiva. In esso non và, ne si ferma anima viva: se togli qualche cacciatore stanco, o qualche prete per le poche sagre che si celebrano. Sembra un antro misterioso, in cui abbiate a vedere sbucare le fate e gli stregoni». Le donne lavorano al telaio, gli uomini tra i campi, a coltivare quel che si può. D’inverno anche i maschi tessono. La lavorazione dei “pezzotti” è giunta fino a noi. Oggi a Fontaniva vivono stabilmente sei persone. All’epoca sono settecento le anime da sfamare. Vi provvedono i coniugi Rainoldi smerciando e scambiando farina, latte, qualche fusto di vino. CULTO 2025 9
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