CULTO

In quegli anni la Valtellina è chiamata «Irlanda lombarda». In tanti se ne vanno a cercare fortuna altrove, nella vicina Confederazione Elvetica o in Francia, alcuni addirittura nella remota Australia. Giuseppe e Domenica restano. Qualcuno dei loro figli emigrerà. Aldo, nato nel 1905, rimane accanto ai genitori. Radicato nella sua terra come un albero, ben saldo. A soli otto anni se ne va col mulo su e giù per la valle a procurarsi grano, da trasformare in farina nel mulino a pietra di Fontaniva. Papà vola presto ai campi elisi. A mamma servono braccia forti. Aldo non si fa pregare, compie il suo dovere. Voglia di fare ne ha da vendere. Aggrappato alla fiducia che lo spinge a intravedere un domani sempre migliore, a vent’anni si stabilisce a Casacce di Chiuro. Un grappolo di abitazioni vetuste, alcune trecentesche, rivitalizzato dalla carrozzabile che sale allo Stelvio. Ai vecchi fabbricati si sono affiancate case un po’ più confortevoli. Sarà Aldo a costruirvi quella più alta di tutte. Il giovane Rainoldi ripensa di sovente alla bottega di Fontaniva e ai fusti che i suoi genitori smerciavano per allietare gli arignesi. Lui ora vuole fare un passo avanti: vivere di solo vino. Quello che comincia a distribuire in valle è un prodotto genuino e semplice. Semplice come le osterie, come la gente del posto, come la vita dei montanari. Non sono tutti poveri, ma quelli che possono permettersi vini di alta qualità si contano. L’aristocrazia enologica a quell’epoca è prerogativa dei francesi. Un quarto di nobiltà va incontro anche ad Aldo Rainoldi, che impalma Virginia Carugo, discendente di una famiglia inclusa nella Matricula nobilium familiarum Mediolani fin dal 1377. CULTO 2025 13

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