CULTO

Durante l’estate del 1945 l’Italia riparte. La voglia di rimettersi in piedi per cancellare il ricordo della guerra prevale su ogni cosa. Anche Aldo Rainoldi si rimette in moto. La richiesta di vino cresce, ma non è tutto facile. Le campagne vengono dimenticate, la montagna si spopola. Lui si ribella all’abbandono. Il tempo gli dà ragione. Nelle peregrinazioni enoiche inizia a coinvolgere il figlio Giuseppe, per tutti Peppino, classe 1937. A volte, la domenica, anche l’ultimogenito accompagna papà. «Avevo nove o dieci anni», ricorda Gianluigi con la sua voce pacata e perbene, appena segnata dall’accento del luogo. «All’alba mi accomodavo sulla Cinquecento color aragosta e via! Visitavamo gli alberghi e i ristoranti, andavamo anche casa per casa. Oppure ci facevamo trovare sul sagrato, appena finita la messa, dove si incontrava tutta la comunità. Guardavo divertito papà mentre raccoglieva i foglietti degli ordini. Lunedì e martedì preparava il vino, da mercoledì cominciava a fare le consegne». Gianluigi, che più tardi si sposterà a vivere a Bergamo e seguirà strade differenti, si commuove ancora quando ricorda la vita di suo padre. «Neanche un giorno di ferie, eppure non appariva mai stanco». Il rispetto e la correttezza guidano Aldo quotidianamente. «Nonno era un uomo gioviale e generoso. Si è dedicato anima e corpo al lavoro ed è stato capace di stringere buone relazioni. La gente lo ospitava in casa come si riceve un amico più che un venditore», chiosa il figlio di Gianluigi, di nome Aldo Rainoldi anch’egli. Come in un gioco di corsi e ricorsi lui prende una direzione contraria a quella di papà. Nato a Bergamo nel 1973, torna in Valtellina negli anni Novanta, dopo la Laurea in Viticoltura ed Enologia conseguita all’Università di Torino e Alba.

RkJQdWJsaXNoZXIy MjUwNDY=