Agli albori del miracolo economico italiano anche la Valtellina è in fermento. Nella parte alta si insediano nuovi cantieri idroelettrici. Alla costruzione della seconda diga di Cancano partecipano duemila operai. È un’opera ciclopica. E Omerico è anche il desiderio degli operai di ristorarsi. A portare il vino provvedono Aldo e Giuseppe Rainoldi, che adesso dispongono di due camion. Vanno e vengono di continuo, guidano per ore sulle strade di montagna. Sorridono per stemperare la fatica. Il giovane Peppino lavora a testa bassa, come gli hanno insegnato, ma il bisogno di esprimere il proprio mondo interiore non può più essere soppresso. Raggiunta la maturità apre un bar a Sondrio. Senza abbandonare il padre. Al mattino consegna il vino. A mezzogiorno s’invola verso il suo caffè. Regge finché può, però rincasare dopo la mezzanotte e riprendere il lavoro all’alba è troppo per chiunque. Torna nel calore dell’azienda familiare, ma affronta Aldo col cuore in mano. «Senti, papà, se non posso provare a fare quel che ho in mente, di vino non ne porto più in giro». Giuseppe vuole lasciare un segno nel mondo delle cose. Desidera modificare la vecchia azienda, non sostituirla con una nuova. La sua è una rivoluzione gentile e Aldo l’accoglie. Non compra più vino sfuso, ma solo uva. Non vende più fusti di castagno, ma solo bottiglie. Acquista macchine nuove. Fa, disfa, briga. Sperimenta, prova e riprova. Solo a chi non agisce è riservata la sventura di non sbagliare mai. In fondo cosa sono le rotte? Itinerari ideali cancellati dalle bizzarrie della vita, e però nuovamente tracciati. A Peppino il suo progetto è chiaro e alla fine prende forma. CULTO 35 2025
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