«Abbiamo la spumantizzazione del Nebbiolo nel Dna», dichiara con fierezza Aldo Rainoldi. Lui oggi è pensiero e muscolo della Casa vinicola. La moglie, Michela Benigni, è il vento che soffia sulla vela. Bergamasca di nascita, ma cittadina del mondo, ambasciatrice dei vini Rainoldi a tutte le latitudini. «I primi tentativi di produrre una bollicina a partire dall’uva Chiavennasca risalgono agli anni Settanta», circostanzia lo zio Peppino. «Vi racconto com’è andata». I Rainoldi sono avvincenti affabulatori. «Con un amico enologo provai a fare uno spumante rosé», confida Giuseppe. Cominciammo quasi per gioco, con poche bottiglie da consumare insieme in occasioni speciali». Stappate le prime, i due annotano pregi e difetti. Quindi ripartono con altri esperimenti. Il prodotto migliora di anno in anno. «A quel tempo avevamo stretto un proficuo sodalizio con la Daniele & C., società dei fratelli italo americani Aldo e Mario Daniele, e le nostre etichette stavano andando molto forte negli Stati Uniti». «Inviavamo oltreoceano fino a centoventimila bottiglie l’anno», prosegue Peppino. «Un giorno ne infilai sei del nostro spumante in una cassa». Per quei capricci che rendono la vita eccitante, accade che l’importatore ne manda una a un concorso riservato al metodo classico italiano. Il Brut Rosé prodotto nelle cantine di Chiuro si classifica al primo posto. La notizia approda sulle pagine del giornali, New York Times e Daily News compresi. Il 1984 segna l’inizio di una nuova e affascinante avventura. «Oggi in catalogo abbiamo due rosati millesimati prodotti con la Chiavennasca e una piccola quota di Pignola e Rossola», spiega Aldo Rainoldi. «La Cuvée Maria Vittoria, che sosta sui lieviti per almeno sessanta mesi, è uno dei vanti della nostra azienda». CULTO 2025 41
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