CULTO

La montagna a volte ha un’anima chiusa. Si rintana nella tradizione e si cela. Anche la Valtellina a tratti è nascosta. Le sue vigne scoscese, invece, sono esibite con fierezza. «Guardate i nostri filari», chiosa Aldo, «sono appesi tra cielo e roccia, in posti diversi rispetto agli altri. Questo è un grande vantaggio, perché ci permette di offrire un prodotto che si distingue, però è anche una complicazione». Secondo la versione dei Rainoldi, il vignaiolo ha il compito di sorvegliare i luoghi dove lavora. «Sì, mi sento custode. Della terra che ci ospita, certamente, ma anche di una storia secolare». Misurato nei gesti, affabile nell’eloquio, Aldo è la sintesi perfetta della cifra di casa: piedi per terra e sguardo in alto. Per scrutare lontano. Il nipote del fondatore cresce lontano dalla cantina di famiglia. Ma l’odore del vino è forte, divora desideri e aspirazioni. Ogni volta che da Bergamo sale a Chiuro, per fare visita al nonno e allo zio, avverte il legame inscindibile con la terra di origine. Alla fine accetta il destino che è chiamato a compiere: prendersi cura di tutto ciò a cui sente di appartenere in forma connaturata. I declivi aggrappati alle morene e alle rocce montonate che si susseguono per chilometri lungo la catena retica esposta a mezzodì, gli sbalorditivi giardini di pietra che hanno sottratto spazio al bosco, la cantina fondata dal nonno e ampliata dallo zio che non smette di essere ammodernata. «Ora dobbiamo continuare a comprare terra e piantare uve buone», lo incalza Peppino. «Un giorno anch’io dovrò passare il testimone», annota Aldo, «e vorrei consegnare le chiavi di tutto quel che ho custodito in condizioni ancora migliori di quando l’ho ricevuto». È una filosofia diventata prassi: confrontarsi, sì, discutere, anche, ma sempre e solo per il bene dell’impresa. CULTO 2025 45

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