CULTO

La Valtellina rappresenta la cicatrice di una collisione epocale fra la placca europea e quella africana. Fenomeni lontanissimi, che solo a pensarli è facile smarrirsi. Tanto più se si considera che la vita media di un uomo non raggiunge un secolo e la storia delle civiltà copre solo poche migliaia di anni. Tuttavia è in quei tempi remoti che si formano le rocce su cui la vite ha trovato una dimora perfetta. Aldo Rainoldi gioisce di questo piccolo regno vinicolo che corre lungo la Linea Insubrica. «Mi considero fortunato a lavorare in un ambiente simile. Gli stranieri restano folgorati da tanta bellezza». Aldo culla i suoi filari con la responsabilità di chi è cosciente di averli ereditati. Li accudisce con l’entusiasmo di chi sa di avere concorso alla sua espansione. E li preserva con la razionalità dell’imprenditore e del buon padre di famiglia. D’altronde è un genitore trepidante di trasmettere ai figli la stessa voglia di fare che anima lui e pure l’insaziabile desiderio di migliorarsi. A volte ti guarda con l’aria di chi vuol vedere se hai compreso il suo pensiero. «Non ci adagiamo sugli allori e non ci rassegniamo al fatto che le cose debbano andare in un certo modo perché si è sempre fatto così». A trent’anni ha visitato la California, dove la viticoltura ha una storia molto più recente. «Forse proprio per questa ragione i produttori lì sono aperti alla sperimentazione. Anche noi vogliamo ritagliarci un posto nelle vicende enoiche del nostro paese con alcuni vini niente affatto scontati». Scrive Alda Merini, poetessa milanese di nascita ma universale nel linguaggio: «Vino, gagliardo come la dea ragione / in te l’idea si fa suono e / si colora il Mito». CULTO 2025 55

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