Per alcuni la saggezza consiste nel cercare la verità ritirandosi come un eremita in cima a una montagna o nel deserto. I Rainoldi sono di un’altra razza. La loro ricerca produce energia, movimento. Varcata la soglia dei cinquant’anni, Aldo conserva intatta, come un capitale prezioso, l’inclinazione a cambiare. Non naviga a vista, ma la sua rotta è distante da qualsiasi vincolo non riconducibile al desiderio di arricchire la collezione dei propri vini con una qualità rinnovata, capace di stupire. Anche Michela sa che è sottile il discrimine tra l’abitudine e la rivelazione. Animata da un indomabile desiderio di conoscenza e sorretta dall’impeto di fare le cose bene, da quando è entrata in azienda, nel 2010, non ha mai smesso di studiare. Le uve e i vini, certamente, e pure le leggi, perché questo è un mestiere pieno di poesia, ma anche gravato dalla burocrazia. Il seme dell’amore fra Aldo e Michela viene piantato a Bergamo. I frutti del loro lavoro maturano in Valtellina e si propagano ovunque. «Portare i nostri prodotti anche tra terre che non hanno una forte tradizione vinicola è una sfida stuzzicante», chiarisce lei. «Prendiamo il caso dei Paesi scandinavi. Sono un mercato complesso per svariate ragioni, però è rinfrancante osservare quanto i consumatori apprezzino le nostre etichette. Guardiamo con interesse anche all’Asia centrale. A qualcuno potrebbe suonare bizzarra l’idea di esportare vino in Kazakistan, ma si diceva la stessa cosa di Hong Kong e invece è diventata una piazza contesa». Lui adora stare in vigna, lei ama esportare i vini prodotti nelle cantine di Chiuro. Insieme sono l’emblema di una terrena impazienza che non accetta il limite del già noto. CULTO 2025 71
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