«Il vino spara fulmini / e barbariche orazioni / che fan sentire il gusto / delle alte perfezioni». Così canta Paolo Conte in Cuanta Pasión. Il vino è fra le più alte espressioni della civiltà. Lo attestano i nobili paesaggi disegnati dai vigneti. Lo convalidano i tanti tributi nel mondo della letteratura. Se volessimo raccogliere tutte le citazioni enoiche dovremmo pubblicare un tomo voluminoso. Da Omero a Virgilio, da Dante a Shakespeare, da Goethe a Leopardi, da Joyce a Neruda, solida e sapiente è l’alleanza. Il vino è anche cultura trasversale, che unisce metodi raziocinanti e sorprese, tiepide carezze e cure energiche, mani accudenti e macchine precise. Luigi Veronelli scrive ne Il vino giusto: «la scienza ha conquistato lo spazio e non ancora il “meccanismo” delle infinite metamorfosi del vino, vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che noi solo conosciamo, con cui solo noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima». «Fare vino è un mestiere bello e complicato», assicura Aldo Rainoldi. Non può essere solo un’attività, è una vocazione sugellata da un patto tra il vignaiolo e le sue vigne. «Coltiviamo le piante nel modo più naturale possibile, l’erba tagliata viene lasciata ai piedi delle vigne come nutrimento, pratichiamo solo l’irrigazione di soccorso, per la potatura a secco usiamo il metodo Simonit & Sirch che preserva lo stato di salute della vite e accresce la produttività, vendemmiamo manualmente e teniamo tutto sotto controllo visitando ogni vigneto con il nostro agronomo». In vigna come in cantina servono curiosità e sapienza. «Bisogna conoscere i nuovi metodi di vinificazione che abbiamo a disposizione, senza rinunciare a un’artigianalità difficile da descrivere eppure necessaria a garantire la qualità del prodotto finale». CULTO 2025 95
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