CULTO

CULTO

MILLENOVECENTOVENTICINQUE

DUEMILAVENTICINQUE

Scorribande nel tempo 6 12 18 22 28 54 60 68 74 78 Sognare nell’Irlanda lombarda L’ombra a rovescio del cielo Dai la cera togli la cera Un amico con la Cinquecento Le alpi dentro il calice Message in a bottle Passo a due Sistole e diastole Il vino come cultura Indice 1925

32 36 40 44 48 82 86 90 94 98 Le prime etichette Dal lago di Como a New York L’insolito classico Custodi innamorati In motus veritas Umore e luce Terra posata sulla roccia Un nuovo simbolo antichissimo Alta perfezione e attenta cura L’estetica dell’etica 2025

A Fontaniva, nella pace di un’età senza tempo, prende forma quello spirito d’impresa che può essere considerato il nucleo da cui, anni più tardi, nascerà la Casa vinicola. CULTO Scorribande nel tempo 1925 6

A qualcuno potrà apparire stravagante. Eppure per raccontare una storia di vini partiamo da un villaggio che nel nome evoca l’acqua: Fontaniva. Gli specialisti fanno derivare il toponimo da fons viva. È in questo paesello della Val d’Arigna, nel cuore della catena orobica, che verso la fine dell’Ottocento Giuseppe Rainoldi e la moglie Domenica aprono un’osteria con di fianco una bottega di alimentari. Sugli scaffali si può trovare un po’ di tutto. O meglio, tutto quel poco che allora basta per vivere. Giuseppe è il primo dei dodici figli messi al mondo da Lorenzo Rainoldi e Maria Tuia. Viene alla luce nel 1866, mentre infuria la Terza Guerra d’Indipendenza. Quell’anno tanti giovani accorrono in Valtellina per difendere i confini. Forse sono queste convergenze epocali a conferire a Giuseppe un temperamento intraprendente. Fatto sta che a un certo punto della sua esistenza avvia un’attività di commercio. A Fontaniva, appunto, un luogo solitario a 824 metri di quota. Così è descritta la piccola frazione di Ponte in Valtellina su L’Eco della Provincia di Sondrio nel 1888. «Non è Arigna, come moltissimi villaggi di montagna, visitato da curiosi e da touristes, o scelto a soggiorno nella stagione estiva. In esso non và, ne si ferma anima viva: se togli qualche cacciatore stanco, o qualche prete per le poche sagre che si celebrano. Sembra un antro misterioso, in cui abbiate a vedere sbucare le fate e gli stregoni». Le donne lavorano al telaio, gli uomini tra i campi, a coltivare quel che si può. D’inverno anche i maschi tessono. La lavorazione dei “pezzotti” è giunta fino a noi. Oggi a Fontaniva vivono stabilmente sei persone. All’epoca sono settecento le anime da sfamare. Vi provvedono i coniugi Rainoldi smerciando e scambiando farina, latte, qualche fusto di vino. CULTO 2025 9

La sposa porta in dote un po’ di terra. Un viatico per l’impresa che verrà. La radice è nel passato. Ma va vivificata perché sopravviva e si tramandi. Sognare nell’Irlanda lombarda CULTO 1925 12

In quegli anni la Valtellina è chiamata «Irlanda lombarda». In tanti se ne vanno a cercare fortuna altrove, nella vicina Confederazione Elvetica o in Francia, alcuni addirittura nella remota Australia. Giuseppe e Domenica restano. Qualcuno dei loro figli emigrerà. Aldo, nato nel 1905, rimane accanto ai genitori. Radicato nella sua terra come un albero, ben saldo. A soli otto anni se ne va col mulo su e giù per la valle a procurarsi grano, da trasformare in farina nel mulino a pietra di Fontaniva. Papà vola presto ai campi elisi. A mamma servono braccia forti. Aldo non si fa pregare, compie il suo dovere. Voglia di fare ne ha da vendere. Aggrappato alla fiducia che lo spinge a intravedere un domani sempre migliore, a vent’anni si stabilisce a Casacce di Chiuro. Un grappolo di abitazioni vetuste, alcune trecentesche, rivitalizzato dalla carrozzabile che sale allo Stelvio. Ai vecchi fabbricati si sono affiancate case un po’ più confortevoli. Sarà Aldo a costruirvi quella più alta di tutte. Il giovane Rainoldi ripensa di sovente alla bottega di Fontaniva e ai fusti che i suoi genitori smerciavano per allietare gli arignesi. Lui ora vuole fare un passo avanti: vivere di solo vino. Quello che comincia a distribuire in valle è un prodotto genuino e semplice. Semplice come le osterie, come la gente del posto, come la vita dei montanari. Non sono tutti poveri, ma quelli che possono permettersi vini di alta qualità si contano. L’aristocrazia enologica a quell’epoca è prerogativa dei francesi. Un quarto di nobiltà va incontro anche ad Aldo Rainoldi, che impalma Virginia Carugo, discendente di una famiglia inclusa nella Matricula nobilium familiarum Mediolani fin dal 1377. CULTO 2025 13

CULTO 1925 14

CULTO 2025 15

Sono braccia robuste strappate alla campagna e agli alpeggi per costruire strade, sbarramenti, condotte forzate e centrali. Sono bocche da sfamare e abbeverare. L’ombra a rovescio del cielo CULTO 1925 18

La mattina Aldo parte dalle cantine di Casacce e va a consegnare il vino anche tra i paesini più sperduti, dove c’è sempre qualcuno desideroso di assumere calorie a buon mercato e aggiungere un po’ di ebbrezza per andare avanti. Si alza presto, la sera rientra tardi. Guida veloce. Nell’Adda scorge «l’ombra a rovescio del cielo» e nel cielo «la dolce collina d’Ardenno», per usare i versi di Salvatore Quasimodo, che è sì poeta ma pure geometra, e in quegli anni lavora presso gli Uffici del Genio Civile a Sondrio. L’asperità di questa regione, appartata e verticale, diventa occasione per generare un’economia autonoma e orgogliosa. Da secoli i valtellinesi vestono di vigne il versante soleggiato. In quota mietono segale e grano saraceno. L’epopea idroelettrica è storia a sé. Gli ingegneri rivelano che i vecchi mulini erano un’utilizzazione ben piccola delle ingenti forze naturali. Dighe e centrali trasformano il paesaggio, convertono la montagna al progresso, sostengono il decollo industriale della Lombardia. La gran parte dell’energia sprigionata dai corsi d’acqua scende verso le industrie di pianura. In valle si arruolano centinaia di uomini da impiegare nei cantieri. CULTO 2025 19

Per diventare grandi, in ogni campo, occorrono dedizione, impegno, volontà di migliorare sé stessi, capacità di ascolto. È questa la grammatica dei Rainoldi. Dai la cera togli la cera CULTO 1925 22

Nel 1942 Aldo Rainoldi assolda il suo primo cantiniere. «La paga era di 5 lire, al sabato ricevevo un pane di segale», ricorda Virgilio Salvagni, classe 1928, che è al contempo mente storica dell’impresa, ma anche memoria collettiva. «All’epoca si acquistava vino sfuso ma anche uva. Era trasportata al torchio di Chiuro. Si pigiava tra ottobre e novembre e si cominciava a vendere il vino da aprile». Era leggero, da consumare presto. «Si usavano soprattutto le uve Bressana e Brugnola», parenti strette della Chiavennasca. «È la gran figliolanza del Nebbiolo», per dirla con le parole di Luigi Veronelli. Il vitigno simbolo della Valtellina, che qui si chiama ciu venasca, ossia con più vena, quindi più vigoroso e adatto a diventare vino. Virgilio negli anni Cinquanta si trasformerà in montatore di macchine nelle centrali idroelettriche sparse per la valle. Nel 1944 alcune di quelle officine che generano corrente vengono prese di mira dai nazisti in ritirata. Sono anni tremendi. Anche sulla cantina dei Rainoldi cala l’ombra di una tragedia mondiale. «I signori erano cordiali, a pranzo sedevo a tavola con loro. Gran lavoratori: lei registrava le vendite, lui si affaccendava attorno alle botti di rovere. Ce n’erano cinque in cantina. Dovevano essere sempre pulitissime, dentro e fuori. Ogni settimana davo la cera sul fronte». «Dai la cera, togli la cera». È la frase culto pronunciata nel film Per vincere domani - The Karate Kid dal maestro Miyagi, che invita Daniel LaRusso a passare la cera su tutte le auto con la mano destra e a toglierla con quella sinistra. Anche Virgilio, nelle cantine di Chiuro, impara che si possono trarre lezioni preziose da compiti all’apparenza semplici o perfino di oscura utilità. CULTO 2025 25

1925 «Nonno è come se fosse nato in una botte di vino e io ho ricalcato i suoi passi» Un amico con la Cinquecento CULTO 28

Durante l’estate del 1945 l’Italia riparte. La voglia di rimettersi in piedi per cancellare il ricordo della guerra prevale su ogni cosa. Anche Aldo Rainoldi si rimette in moto. La richiesta di vino cresce, ma non è tutto facile. Le campagne vengono dimenticate, la montagna si spopola. Lui si ribella all’abbandono. Il tempo gli dà ragione. Nelle peregrinazioni enoiche inizia a coinvolgere il figlio Giuseppe, per tutti Peppino, classe 1937. A volte, la domenica, anche l’ultimogenito accompagna papà. «Avevo nove o dieci anni», ricorda Gianluigi con la sua voce pacata e perbene, appena segnata dall’accento del luogo. «All’alba mi accomodavo sulla Cinquecento color aragosta e via! Visitavamo gli alberghi e i ristoranti, andavamo anche casa per casa. Oppure ci facevamo trovare sul sagrato, appena finita la messa, dove si incontrava tutta la comunità. Guardavo divertito papà mentre raccoglieva i foglietti degli ordini. Lunedì e martedì preparava il vino, da mercoledì cominciava a fare le consegne». Gianluigi, che più tardi si sposterà a vivere a Bergamo e seguirà strade differenti, si commuove ancora quando ricorda la vita di suo padre. «Neanche un giorno di ferie, eppure non appariva mai stanco». Il rispetto e la correttezza guidano Aldo quotidianamente. «Nonno era un uomo gioviale e generoso. Si è dedicato anima e corpo al lavoro ed è stato capace di stringere buone relazioni. La gente lo ospitava in casa come si riceve un amico più che un venditore», chiosa il figlio di Gianluigi, di nome Aldo Rainoldi anch’egli. Come in un gioco di corsi e ricorsi lui prende una direzione contraria a quella di papà. Nato a Bergamo nel 1973, torna in Valtellina negli anni Novanta, dopo la Laurea in Viticoltura ed Enologia conseguita all’Università di Torino e Alba.

Poco dopo la metà del Novecento la A. Rainoldi & Figlio di Chiuro comincia a mettere in bottiglia i propri prodotti, firmarli, renderli riconoscibili. È l’inizio di una nuova avventura. Le prime etichette CULTO 32 1925

Agli albori del miracolo economico italiano anche la Valtellina è in fermento. Nella parte alta si insediano nuovi cantieri idroelettrici. Alla costruzione della seconda diga di Cancano partecipano duemila operai. È un’opera ciclopica. E Omerico è anche il desiderio degli operai di ristorarsi. A portare il vino provvedono Aldo e Giuseppe Rainoldi, che adesso dispongono di due camion. Vanno e vengono di continuo, guidano per ore sulle strade di montagna. Sorridono per stemperare la fatica. Il giovane Peppino lavora a testa bassa, come gli hanno insegnato, ma il bisogno di esprimere il proprio mondo interiore non può più essere soppresso. Raggiunta la maturità apre un bar a Sondrio. Senza abbandonare il padre. Al mattino consegna il vino. A mezzogiorno s’invola verso il suo caffè. Regge finché può, però rincasare dopo la mezzanotte e riprendere il lavoro all’alba è troppo per chiunque. Torna nel calore dell’azienda familiare, ma affronta Aldo col cuore in mano. «Senti, papà, se non posso provare a fare quel che ho in mente, di vino non ne porto più in giro». Giuseppe vuole lasciare un segno nel mondo delle cose. Desidera modificare la vecchia azienda, non sostituirla con una nuova. La sua è una rivoluzione gentile e Aldo l’accoglie. Non compra più vino sfuso, ma solo uva. Non vende più fusti di castagno, ma solo bottiglie. Acquista macchine nuove. Fa, disfa, briga. Sperimenta, prova e riprova. Solo a chi non agisce è riservata la sventura di non sbagliare mai. In fondo cosa sono le rotte? Itinerari ideali cancellati dalle bizzarrie della vita, e però nuovamente tracciati. A Peppino il suo progetto è chiaro e alla fine prende forma. CULTO 35 2025

Negli anni in cui impazza La febbre del sabato sera il nome dei Rainoldi approda nei locali più esclusivi di New York. I meridiani e i paralleli dei mercati si trasformano in cedevoli cornici di un quadro fluttuante. Dal lago di Como a New York CULTO 1925 36

Un po’ per la vicinanza geografica, un po’ per lo charme in cui è già avvolto, il lago di Como è il palcoscenico su cui la A. Rainoldi & Figlio decide di debuttare fuori dai confini valtellinesi. «Impiegai un’intera settimana per girarlo tutto, visitai alberghi, ristoranti, trattorie», ricorda Peppino. «Capii all’istante che le prospettive erano enormi. Tornai a Chiuro con in tasca ordini per ventimila bottiglie». Il vino in cantina c’è, resta da fare tutto il resto: riempimento, tappatura, etichettatura. «Acquistammo nuovi macchinari, dopo una settimana eravamo pronti a imbottigliare il nostro Grumello». È un successo. Presto seguono altre etichette della tradizione valtellinese: Sassella, Inferno, Valgella, Sfursat. Arrivano i riconoscimenti. La fama si diffonde. Giuseppe Rainoldi guarda lontano. Un mutamento nei gusti dei consumatori offre l’occasione per spiccare il volo. «Negli anni Settanta prevalsero i vini bianchi e mossi. I nostri rossi andarono in crisi. Fu allora che maturai l’idea: facciamoli conoscere all’estero». Dal dire al fare però c’è di mezzo il mare. Un oceano in questo caso. Ma Peppino pesca l’asso nel mazzo. Le bottiglie prodotte a Chiuro sono esposte al Coliseum di New York. E salgono in alto, fino a toccare il cielo. Nella wine list del ristorante “Windows on the world”, al 107° piano della Torre Nord del World Trade Center, la più seducente vetrina della Grande Mela, tra le etichette blasonate, degne di essere elencate dalla contessina Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, entra un Sassella 1976 dei Rainoldi. Audentes fortuna iuvat. E anche i visionari tenaci, sarebbe doveroso aggiungere. D’un tratto i vini imbottigliati nelle cantine di Casacce incantano i palati a stelle e strisce. CULTO 2025 37

CULTO 2025 39

I Rainoldi non crescono nell’improvvisazione. Scartabellano trattati di viticoltura, sperimentano sul campo e in cantina. Rinnovano. L’insolito classico CULTO 1925 40

«Abbiamo la spumantizzazione del Nebbiolo nel Dna», dichiara con fierezza Aldo Rainoldi. Lui oggi è pensiero e muscolo della Casa vinicola. La moglie, Michela Benigni, è il vento che soffia sulla vela. Bergamasca di nascita, ma cittadina del mondo, ambasciatrice dei vini Rainoldi a tutte le latitudini. «I primi tentativi di produrre una bollicina a partire dall’uva Chiavennasca risalgono agli anni Settanta», circostanzia lo zio Peppino. «Vi racconto com’è andata». I Rainoldi sono avvincenti affabulatori. «Con un amico enologo provai a fare uno spumante rosé», confida Giuseppe. Cominciammo quasi per gioco, con poche bottiglie da consumare insieme in occasioni speciali». Stappate le prime, i due annotano pregi e difetti. Quindi ripartono con altri esperimenti. Il prodotto migliora di anno in anno. «A quel tempo avevamo stretto un proficuo sodalizio con la Daniele & C., società dei fratelli italo americani Aldo e Mario Daniele, e le nostre etichette stavano andando molto forte negli Stati Uniti». «Inviavamo oltreoceano fino a centoventimila bottiglie l’anno», prosegue Peppino. «Un giorno ne infilai sei del nostro spumante in una cassa». Per quei capricci che rendono la vita eccitante, accade che l’importatore ne manda una a un concorso riservato al metodo classico italiano. Il Brut Rosé prodotto nelle cantine di Chiuro si classifica al primo posto. La notizia approda sulle pagine del giornali, New York Times e Daily News compresi. Il 1984 segna l’inizio di una nuova e affascinante avventura. «Oggi in catalogo abbiamo due rosati millesimati prodotti con la Chiavennasca e una piccola quota di Pignola e Rossola», spiega Aldo Rainoldi. «La Cuvée Maria Vittoria, che sosta sui lieviti per almeno sessanta mesi, è uno dei vanti della nostra azienda». CULTO 2025 41

«Un secolo di storia ha impiantato l’amore per il vino nel cuore, nella testa e nella pancia di tutti noi». Custodi innamorati CULTO 1925 44

La montagna a volte ha un’anima chiusa. Si rintana nella tradizione e si cela. Anche la Valtellina a tratti è nascosta. Le sue vigne scoscese, invece, sono esibite con fierezza. «Guardate i nostri filari», chiosa Aldo, «sono appesi tra cielo e roccia, in posti diversi rispetto agli altri. Questo è un grande vantaggio, perché ci permette di offrire un prodotto che si distingue, però è anche una complicazione». Secondo la versione dei Rainoldi, il vignaiolo ha il compito di sorvegliare i luoghi dove lavora. «Sì, mi sento custode. Della terra che ci ospita, certamente, ma anche di una storia secolare». Misurato nei gesti, affabile nell’eloquio, Aldo è la sintesi perfetta della cifra di casa: piedi per terra e sguardo in alto. Per scrutare lontano. Il nipote del fondatore cresce lontano dalla cantina di famiglia. Ma l’odore del vino è forte, divora desideri e aspirazioni. Ogni volta che da Bergamo sale a Chiuro, per fare visita al nonno e allo zio, avverte il legame inscindibile con la terra di origine. Alla fine accetta il destino che è chiamato a compiere: prendersi cura di tutto ciò a cui sente di appartenere in forma connaturata. I declivi aggrappati alle morene e alle rocce montonate che si susseguono per chilometri lungo la catena retica esposta a mezzodì, gli sbalorditivi giardini di pietra che hanno sottratto spazio al bosco, la cantina fondata dal nonno e ampliata dallo zio che non smette di essere ammodernata. «Ora dobbiamo continuare a comprare terra e piantare uve buone», lo incalza Peppino. «Un giorno anch’io dovrò passare il testimone», annota Aldo, «e vorrei consegnare le chiavi di tutto quel che ho custodito in condizioni ancora migliori di quando l’ho ricevuto». È una filosofia diventata prassi: confrontarsi, sì, discutere, anche, ma sempre e solo per il bene dell’impresa. CULTO 2025 45

«Il nostro lavoro, da sempre sospeso tra il mito del sudore e l’apologia delle pendenze impossibili, due concetti sublimati dall’espressione viticoltura eroica, oggigiorno può regalarci anche gioia e sorrisi» In motus veritas CULTO 48 1925

Credere di essere giunti in porto e salpare di nuovo. Cosa c’è di più bello? È l’enunciato stesso del cammino umano. Ci si pensa arrivati e invece eccoci in viaggio, per cogliere quello che è il significato capitale delle nostre esistenze: sfidare e superare i confini conosciuti. È la ricetta dei Rainoldi: rinnovarsi restando fedeli a sé stessi, alle proprie origini e ai propri valori. Un’azienda sempre in cammino, pronta a uscire dalle strade tracciate per avviarsi lungo tragitti ancora da esplorare. Non conta solo la distanza geografica. Questo però lo si comprende dopo. Prima bisogna penetrare nei sogni, carpirne la potenza. Chi ha fatto più strada? Aldo, il fondatore, che ha percorso una manciata di chilometri trasferendosi da Fontaniva a Casacce? Peppino che ha esportato i suoi vini in Germania, negli Stati Uniti, in Giappone? O Aldo junior che da Bergamo è tornato in Valtellina a comprare vigne? Ciascuno di loro racconta una fatica necessaria. «A me, però, la parola fatica non piace», confida Aldo. «Certo, chi mi ha preceduto di fatica ne ha fatta tanta, però la dedizione è una cosa, il sacrificio un’altra. Se possiamo alleggerire gli sforzi, perché non farlo?». CULTO 52 1925

«Bisogna fare i vini tenendo conto del substrato, del suolo e del microclima, ma lasciandosi trasportare anche dalle proprie sensazioni e dalla propria personalità» Le Alpi dentro il calice CULTO 1925 54

La Valtellina rappresenta la cicatrice di una collisione epocale fra la placca europea e quella africana. Fenomeni lontanissimi, che solo a pensarli è facile smarrirsi. Tanto più se si considera che la vita media di un uomo non raggiunge un secolo e la storia delle civiltà copre solo poche migliaia di anni. Tuttavia è in quei tempi remoti che si formano le rocce su cui la vite ha trovato una dimora perfetta. Aldo Rainoldi gioisce di questo piccolo regno vinicolo che corre lungo la Linea Insubrica. «Mi considero fortunato a lavorare in un ambiente simile. Gli stranieri restano folgorati da tanta bellezza». Aldo culla i suoi filari con la responsabilità di chi è cosciente di averli ereditati. Li accudisce con l’entusiasmo di chi sa di avere concorso alla sua espansione. E li preserva con la razionalità dell’imprenditore e del buon padre di famiglia. D’altronde è un genitore trepidante di trasmettere ai figli la stessa voglia di fare che anima lui e pure l’insaziabile desiderio di migliorarsi. A volte ti guarda con l’aria di chi vuol vedere se hai compreso il suo pensiero. «Non ci adagiamo sugli allori e non ci rassegniamo al fatto che le cose debbano andare in un certo modo perché si è sempre fatto così». A trent’anni ha visitato la California, dove la viticoltura ha una storia molto più recente. «Forse proprio per questa ragione i produttori lì sono aperti alla sperimentazione. Anche noi vogliamo ritagliarci un posto nelle vicende enoiche del nostro paese con alcuni vini niente affatto scontati». Scrive Alda Merini, poetessa milanese di nascita ma universale nel linguaggio: «Vino, gagliardo come la dea ragione / in te l’idea si fa suono e / si colora il Mito». CULTO 2025 55

«Puntiamo a vini di spiccata personalità, non soltanto moderni, perché a volte la modernità omologa e appiattisce tutto, ma capaci anzitutto di esprimere un gusto, che a volte magari si deve ancora affermare» Message in a bottle CULTO 1925 60

Occorre che la buona sorte ci metta una mano perché accadano eventi al di fuori del consueto. Ma bisogna anche che l’uomo accetti l’intervento del fato e si apra alle novità. «Una volta entrato in azienda, il mio primo vino fu il Ghibellino», ricorda Aldo Rainoldi. «Un bianco ottenuto da uve Sauvignon». Signori, in Valtellina, dove i vini di solito gareggiano in robustezza. Possiamo invocare il miracolo? Niente affatto. Non c’è alcun prodigio. Ci sono soltanto volontà, intuito e tanto lavoro. Imbottigliare un vino differente da quelli sempre fatti è un segno profondo, che esprime in forma potente il desiderio di affermare la propria identità. Tra le viti e la cantina Aldo ha il suo territorio personale. Mentre conversa non abbassa mai la guardia, neppure quando sembra abbandonarsi comodamente sulla sedia. Ascolta con attenzione, sovente prorompe in riflessioni spontanee. D’improvviso lascia filtrare un barlume della sua sagacia, allora il volto assume un’aria certa eppure piena di interrogativi. Oggi dalla cantina di vinificazione escono vini armonici, ideati per il gusto contemporaneo, però senza l’ansia irragionevole di cancellare il passato. Non a caso il prodotto di punta è lo Sfursat “Ca’ Rizzieri”, l’espressione più alta in Valtellina quando si parla di vino. CULTO 2025 61

Nella costante ricerca di nuove idee, i coniugi Rainoldi non smarriscono la consapevolezza che il miracolo si compie sempre nel grembo accogliente della terra, dove l’uva trova il tempo della sua maturazione. Passo a due

Per alcuni la saggezza consiste nel cercare la verità ritirandosi come un eremita in cima a una montagna o nel deserto. I Rainoldi sono di un’altra razza. La loro ricerca produce energia, movimento. Varcata la soglia dei cinquant’anni, Aldo conserva intatta, come un capitale prezioso, l’inclinazione a cambiare. Non naviga a vista, ma la sua rotta è distante da qualsiasi vincolo non riconducibile al desiderio di arricchire la collezione dei propri vini con una qualità rinnovata, capace di stupire. Anche Michela sa che è sottile il discrimine tra l’abitudine e la rivelazione. Animata da un indomabile desiderio di conoscenza e sorretta dall’impeto di fare le cose bene, da quando è entrata in azienda, nel 2010, non ha mai smesso di studiare. Le uve e i vini, certamente, e pure le leggi, perché questo è un mestiere pieno di poesia, ma anche gravato dalla burocrazia. Il seme dell’amore fra Aldo e Michela viene piantato a Bergamo. I frutti del loro lavoro maturano in Valtellina e si propagano ovunque. «Portare i nostri prodotti anche tra terre che non hanno una forte tradizione vinicola è una sfida stuzzicante», chiarisce lei. «Prendiamo il caso dei Paesi scandinavi. Sono un mercato complesso per svariate ragioni, però è rinfrancante osservare quanto i consumatori apprezzino le nostre etichette. Guardiamo con interesse anche all’Asia centrale. A qualcuno potrebbe suonare bizzarra l’idea di esportare vino in Kazakistan, ma si diceva la stessa cosa di Hong Kong e invece è diventata una piazza contesa». Lui adora stare in vigna, lei ama esportare i vini prodotti nelle cantine di Chiuro. Insieme sono l’emblema di una terrena impazienza che non accetta il limite del già noto. CULTO 2025 71

In Valtellina la viticoltura non è una semplice sequenza di campi coltivati, è un’elegia, un canto che germoglia dal cuore degli uomini. Sistole e diastole CULTO 1925 74

Tra i vigneti retici, dove si danno convegno la sfolgorante bellezza del paesaggio e il paziente lavoro di chi l’ha forgiato, i Rainoldi trovano il teatro ideale per dare sfogo alla loro visione. Una contrazione incessante di sistole e diastole rende la passione indistinguibile dall’azione. L’arte di coltivare la vite e la tecnica di produrre vino si dividono essenzialmente in tre parti distinte. Nella prima e nell’ultima il movimento è lento, simile a un “adagio” in cui ogni frazione del tempo è dilatata. Queste due parti si suonano in vigna e nelle botti di maturazione e sono separate da una suite intermedia, durante la quale avviene un’accelerazione. Vendemmia e vinificazione non possono attendere, seguono il tempo di un “allegro” e un “vivace”. «Non è facile comunicare tutto il lavoro e il sapere racchiusi in una bottiglia di vino», spiega Michela, «ma chi visita la nostra cantina è contagiato dall’entusiasmo e dal desiderio di condividere emozioni genuine, in modo conviviale e al contempo elegante». Quello del vignaiolo è un mestiere speciale, perché educa a pensare con la mente, con le mani e con tutto il corpo. Insegna a conoscere la materia e a tenerle testa. «Il vino è ciò a cui dedichiamo tutta la nostra vita», annota Aldo, «però cerchiamo di prenderci con un po’ di leggerezza. La competenza e la conoscenza vanno bene, l’autocompiacimento meno. Dunque sono banditi i termini incomprensibili che mettono a disagio il cliente. In cantina noi celebriamo il piacere di bere bene». Un team giovane e vivace, cresciuto ascoltando gli ammaestramenti di due colonne, il cantiniere Maurizio Mottini e il coordinatore delle squadre in vigna Paolo Santabbondio, entrambi giunti al traguardo della pensione, perpetua la passione riversata in ogni attività. CULTO 2025 75

La cantina non è solo il luogo dove si fa maturare il frutto di tanto lavoro, è il cuore pulsante di un’esperienza che inneggia a stili di vita sani, a ritmi più umani, al rispetto dell’ambiente. Il vino come cultura CULTO 1925 78

Una visita alla cantina della Casa vinicola Aldo Rainoldi, a Casacce di Chiuro, è un’esperienza che si deve assolutamente fare. Già scendendo per l’antica scala in sasso si avverte la meraviglia di entrare in un luogo speciale, dove convivono un mondo arcaico e un altro moderno. Una volta varcato il vecchio portone in legno dipinto di rosso, prospiciente la “Farmacia dei Sani” che un tempo ospitava la vasca per l’affinamento, si spalanca davanti agli occhi una lunga e scenografica fila di botti. Ogni cosa racconta la cura che i Rainoldi e tutti i loro collaboratori riservano alla bottaia: il regolare susseguirsi dei fusti in rovere di Slavonia, la geometrica precisione delle casse accatastate. E che dire dell’Infernotto, traboccante di grandi riserve che hanno fatto la fortuna e la storia dell’azienda? L’escursione termica è tenuta scrupolosamente sotto controllo. «D’inverno il termometro non scende oltre gli 11 gradi, d’estate al massimo se ne raggiungono 19», spiega Aldo Rainoldi. «L’intero edificio è stato costruito con sasso locale, i muri perimetrali sono spessi fino a un metro e lo spazio interrato è areato. Non consumiamo energia per condizionare e per ventilare, è sufficiente aprire o chiudere le bocchette appositamente ideate». Si resta stupiti dall’equilibrio di tanta perfezione. D’altronde i Rainoldi non si affidano mai al caso. Credono nella terra, nella selezione delle uve, nelle pratiche vitivinicole applicate con puntuale attenzione dai campi fino ai processi di cantina. In bottaia appare chiaro il senso di tutto quel che viene fatto. Si svela la filosofia di una famiglia che da decenni mesce cultura e vino in un connubio delicato. CULTO 2025 79

Appena sopra i trecento metri di altitudine, tra pietre ferrose e rosse capaci di immagazzinare il calore del sole e inondare le Alpi di atmosfere mediterranee, i Rainoldi rivelano nella forma più credibile e netta lo stile Valtellina. Umore e luce CULTO 1925 82

Lungo il versante retico i vignaioli scarpinano su erti pendii senza perdere tempo a guardarsi in giro. Il viandante, invece, può avanzare a cuor leggero e godersi il sublime panorama. I filari si susseguono ondeggiando fino a comporre una gigantesca processione di tele verdi che avvolge delicatamente il ventre nudo delle rocce. Per comprendere l’anima della viticoltura valtellinese è utile salire al Santuario di Santa Maria della Sassella e da lì incamminarsi lungo la commovente Via dei Terrazzamenti. Poco distante i Rainoldi conducono la Vigna degli Apostoli. Già il nome evoca antiche suggestioni di mondi sacri, senza tempo. Nei pressi sorge la cappella a sezione ottagonale della Pentecoste o dello Spirito Santo, detta anche dei Dodici Apostoli, appunto. I grappoli gonfi di uva paiono un’allegoria della vita come fonte inesauribile di incanto. Tra le rocce crescono spontaneamente i cactus. La natura millenaria fa la sua parte. Poi interviene l’uomo, plasmando nel pieno rispetto della natura. Le uve sono allevate a controspalliera su suolo inerbito. «Su queste baldanzose terrazze la biodiversità dei nostri declivi offre i suoi frutti migliori», spiega Aldo col corpo ben piantato al suolo, una gamba a monte, l’altra a valle. Note erbacee e accenni terrosi si diffondono nell’aria. «Gestiamo la chioma con zelo al fine di ampliare la superficie fogliare illuminata e favorire la fotosintesi». Quanto sia importante l’alleanza tra la vite e i raggi solari era già chiaro a un certo Galileo Galilei. L’«incantata bevanda», agli occhi dello scienziato che ridisegnò il cosmo e ogni sapere, è «un composto di umore e di luce». CULTO 2025 83

Coltivare uva in Valtellina costa molto di più che altrove. Ma non pensate che su questa spettacolare quinta teatrale si muovano vignaioli imprevidenti e disinteressati alle più elementari leggi della buona impresa. Terra posata sulla roccia CULTO 1925 86

I vigneti dei Rainoldi si arrampicano sui ronchi tra le celebri sottozone del Valtellina Superiore: Sassella, Grumello e Inferno, a cui si uniscono Maroggia, a occidente, e Valgella, a oriente. Tutte le vigne qui sono verticali e aggrappate ai terrazzi. Pure quelle degli altri viticoltori che conferiscono le proprie uve nella modernissima cantina di vinificazione dei Rainoldi inaugurata nel 2016, poco sopra la storica sede di Casacce. Naturalmente non prima di avere superato il rigoroso controllo degli agronomi. I filari sono esposti al sole e protetti dalla catena alpina che smorza i venti gelidi di tramontana. L’escursione termica tanto gradita alle uve Chiavennasca è garantita dalla leggera brezza che si alza all’imbrunire. In questi territori la capacità del viticoltore, la competenza dell’agronomo, la sapienza dell’enologo e l’esperienza del cantiniere sarebbero però poca cosa senza un altro ingrediente: la terra posata sulla roccia. Metro dopo metro, anno dopo anno, generazione dopo generazione. La terra si associa all’acqua, al sole e all’uomo e con un meraviglioso sforzo creatore dà vita a un sistema agricolo di sensazionale impatto scenografico. CULTO 2025 87

Non conosciamo il nome di chi, tremila anni fa, ha inciso i contorni di un uomo su una pietra rimasta per secoli a sorvegliare le uve. La sua immaginifica riproduzione ora viaggia per il mondo sulle etichette dei classici Inferno, Grumello e Sassella. Un nuovo simbolo antichissimo CULTO 1925 90

Le date e i luoghi non sono semplici tacche nel tempo e nello spazio. Inclinano alle trame e aprono alle divagazioni narrative. Un anno qui conta, il 1959, e conta pure una collocazione, Castionetto di Chiuro. Tra le vigne solatie di questa frazione a mezzacosta l’archeologa tellina Maria Reggiani Rajna rinviene una roccia ricca di segni arcani. Alta sessanta centimetri e larga trenta, la stele ha la forma di un parallelepipedo ed è stata incisa su entrambe le facce, quasi certamente in tempi diversi. La pietra di granito, conservata al Museo Valtellinese di Storia e Arte a Sondrio, su un lato presenta una collana, forse un’antica rappresentazione della Dea Madre, databile al 2000 a.C. Sulla seconda faccia compare una figura antropomorfa che impugna un’ascia dal lungo manico, istoriata tra il 1250 e il 1000 a.C. La silhouette sembra creata da un Keith Haring ante litteram. I radiant-boys, le figure stilizzate del geniale artista statunitense, partivano proprio dalle incisioni rupestri della preistoria. Ispirandosi a questo graffito, Aldo Rainoldi ha rinnovato il marchio della Casa vincola. Un frammento di arte primitiva è diventato nocchiere di nuovi codici comunicativi, in affinità con la propria terra. CULTO 2025 91

Ci sono alcuni momenti, e accade ancora oggi, in cui al vignaiolo non restano altri strumenti che le proprie mani. Mani che collegano passato, presente e futuro. Alta perfezione e attenta cura CULTO 1925 94

«Il vino spara fulmini / e barbariche orazioni / che fan sentire il gusto / delle alte perfezioni». Così canta Paolo Conte in Cuanta Pasión. Il vino è fra le più alte espressioni della civiltà. Lo attestano i nobili paesaggi disegnati dai vigneti. Lo convalidano i tanti tributi nel mondo della letteratura. Se volessimo raccogliere tutte le citazioni enoiche dovremmo pubblicare un tomo voluminoso. Da Omero a Virgilio, da Dante a Shakespeare, da Goethe a Leopardi, da Joyce a Neruda, solida e sapiente è l’alleanza. Il vino è anche cultura trasversale, che unisce metodi raziocinanti e sorprese, tiepide carezze e cure energiche, mani accudenti e macchine precise. Luigi Veronelli scrive ne Il vino giusto: «la scienza ha conquistato lo spazio e non ancora il “meccanismo” delle infinite metamorfosi del vino, vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che noi solo conosciamo, con cui solo noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima». «Fare vino è un mestiere bello e complicato», assicura Aldo Rainoldi. Non può essere solo un’attività, è una vocazione sugellata da un patto tra il vignaiolo e le sue vigne. «Coltiviamo le piante nel modo più naturale possibile, l’erba tagliata viene lasciata ai piedi delle vigne come nutrimento, pratichiamo solo l’irrigazione di soccorso, per la potatura a secco usiamo il metodo Simonit & Sirch che preserva lo stato di salute della vite e accresce la produttività, vendemmiamo manualmente e teniamo tutto sotto controllo visitando ogni vigneto con il nostro agronomo». In vigna come in cantina servono curiosità e sapienza. «Bisogna conoscere i nuovi metodi di vinificazione che abbiamo a disposizione, senza rinunciare a un’artigianalità difficile da descrivere eppure necessaria a garantire la qualità del prodotto finale». CULTO 2025 95

«L’ambizione è quella di continuare a fare ottimi vini con passione e con onestà, aggiungendone qualcuno di mio all’elenco di quelli che hanno fatto la storia della nostra Casa vinicola» L’estetica dell’etica CULTO 1925 98

Marco Rainoldi sembra più maturo dell’età che ha: lucido e determinato, ha già trovato ordine nel caos che agita una mente in formazione. «In realtà mi interrogo molto, coltivo i miei dubbi», spiega con una cortesia che non ha bisogno di fronzoli. «A incoraggiarmi è la certezza nella qualità del lavoro svolto da mio padre e da mio zio. Voglio proteggere l’azienda dalle minacce del cambiamento climatico, ma anche da logiche di mercato che non appartengono alla tradizione della mia famiglia. Chiarita la ragione? Solo a metà. Certo perché è difficile da spiegare, se non come una chiamata ancestrale che seduce e conduce verso i luoghi dove sono custoditi i valori della propria storia. Marco è legato alla terra e alle tradizioni con spirito religioso, ma è laicamente aperto al meglio. Studia il futuro del vino, tra innovazione in campo e ultime tendenze di consumo, all’Università di Trento e alla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige. Presto tornerà a vivere nella sua terra e farà dialogare la Valtellina con il mondo. La sorella Maria Vittoria, di poco più giovane, osserva curiosa e impara. Lei è ancora in cerca di una propria strada, ma di certo non sfugge al fascino che discende dalle cantine di famiglia. Quando si parla con loro si avverte che sta nascendo un nuovo modo di declinare lo slogan della casa. Carezzando il meraviglioso ossimoro che coniuga tradizione e innovazione, la quarta generazione sta già portando il proprio tocco, tra soluzioni smart e digitali in armonia con i principi della sostenibilità ambientale e sociale. Sicuramente il vino dei Rainoldi continuerà a farsi cultura. Popolare come un sentimento che smuove dal cuore. Divino come un pilastro sacro del buon vivere. CULTO 2025 99

Un team giovane e vivace, cresciuto ascoltando gli ammaestramenti di due colonne, il cantiniere Maurizio Mottini e il coordinatore delle squadre in vigna Paolo Santabbondio, entrambi giunti al traguardo della pensione, perpetua la passione riversata in ogni attività.

Una visita alla cantina della Casa vinicola, a Casacce di Chiuro, è un’esperienza che si deve assolutamente fare. Ogni cosa racconta la cura che i Rainoldi e tutti i loro collaboratori riservano alla bottaia.

In Fontaniva, in the peace of a timeless age, a spirit of enterprise was born that we could consider as being the nucleus of what, years later, would become the wine company. Looking back in time Abstract It might sound odd, but to tell this story about wine, we must start with a village whose name, Fontaniva, according to linguists, comes from fons viva or “live water spring” in Latin. Here, towards the end of the nineteenth century, in this little village in the Val d'Arigna in the heart of the Orobie Alps, Giuseppe Rainoldi and his wife Domenica opened an osteria, a traditional inn with adjacent grocery shop. On their shelves you could find a little of everything. Or rather, everything that was needed to live on then. Giuseppe was the first of twelve children born to Lorenzo Rainoldi and Maria Tuia. He came into the world in 1866, while the Third War of Independence was raging. That year, many young people flocked to Valtellina to defend the borders and these epoch-making times were perhaps what gave him his enterprising temperament. The fact is that at a certain point in his life he started a business. He chose a remote location, 824 metres above sea level. This is how the L'Eco della Provincia di Sondrio, the local newspaper, described the tiny hamlet of Ponte in Valtellina in 1888. “It is not Arigna, like so many mountain villages visited by the curious and tourists, or chosen as a summer holiday destination. Not a soul comes here or stops here, if you disregard a few tired hunters, or the odd priest celebrating a rare festival. It feels like a mysterious cavern, somewhere you imagine fairies and sorcerers appearing.” The women worked at their looms, their menfolk toiled in the fields, cultivating what they can. In winter, even the men helped with the weaving. They handed down the production of the traditional rag rugs called pezzotti to us. Today, six people live permanently in Fontaniva. At that time, however, there were seven hundred bodies to feed. The Rainoldis provided for them by trading and exchanging flour, milk, and the odd barrel of wine. English 6 “Grandfather was like he’d been born in a wine barrel and I have followed in his footsteps.” Travels in a Fiat 500 During the summer of 1945, Italy started its recovery. The desire to get back on its feet and erase the memory of the war prevailed over everything. It was a new beginning also for Aldo Rainoldi. The demand for wine was growing, but it wasn’t all easy. People were abandoning the countryside, leaving the mountains. He rebelled against this ongoing depopulation and time was to prove him right. He began to involve his son in his wine-related travels. Giuseppe, known as Peppino, had been born in 1937. On a Sunday Aldo would sometimes also take his youngest son with him. “I was nine or ten years old,” Gianluigi remembers in his calm, down-to-earth voice with hardly any trace of a local accent. “At dawn I would get into that lobster-coloured Fiat 500 and off we went! We would visit hotels and restaurants, and even go house to house. Or we'd time it to be in the churchyard just after mass, where the whole community would meet. I used to watch with amusement as Dad collected the order slips. On Monday and Tuesday, he would prepare the wine, and he started his delivery rounds on Wednesday.” Gianluigi, who would later move to live in Bergamo and follow a different path, still gets emotional when he recalls his father's life. “Not a single day off, yet he never looked tired.” Respect and fairness were his daily maxims. “Grandfather was a cheerful generous man. He devoted himself body and soul to his work and was capable of forming good relationships. People welcomed him into their homes as a friend rather than a salesman,' comments Gianluigi’s son, also christened Aldo Rainoldi. Like history repeating itself, Aldo too went in an opposite direction to his father. Born in Bergamo in 1973, he returned to Valtellina in the 1990s after graduating in Viticulture and Oenology from the Universities of Turin and Alba. 28 These were strong arms taken from the countryside and the alpine pastures to build roads, dams, penstocks, and power stations. They were mouths to feed and water. The upside-down shadow of the sky Every morning, Aldo would leave the wine cellars in Casacce and set off to deliver wine to even the remotest villages, where there was always someone eager to buy cheap calories and a little intoxication to make life bearable. He got up early, came home late. He drove fast. In the Adda he glimpsed ‘the upside-down shadow of the sky’ and in the sky ‘the sweet hill of Ardenno’, to quote the translated verses of Salvatore Quasimodo, not only a poet but also a surveyor who at the time worked at the Civil Engineering offices in Sondrio. The ruggedness of this region, secluded and steep, became an opportunity for the generation of an autonomous proud economy. For centuries, the people of Valtellina had covered the sunny slopes with vines. At higher altitudes, they harvested rye and buckwheat. The long history of hydroelectric production is a tale in itself. Engineers revealed that the old mills used only a fraction of the huge natural forces available. Dams and power stations transformed the landscape, converted the mountains to progress, and supported the industrial launch of Lombardy. Much of the energy released by the watercourses flowed down to the industries on the plains. Hundreds of men were recruited in the valley to work on construction sites. 18 workshops were targeted by the retreating Nazis. They were dreadful years. The shadow of a world tragedy also fell on the Rainoldi winery. “The signori were friendly and I used to join them for lunch. They worked really hard: she recorded sales, he busied himself with the oak barrels. There were five of them in the cellar. They had to be kept very clean, inside and out and every week I had to wax the fronts.” “Wax on, wax off.” The cult phrase first uttered by master Miyagi in the film The Karate Kid, when he invites Daniel LaRusso to put wax on all the cars with his right hand and take it off with his left. A bit like Virgilio in the wine cellars in Chiuro, the youngster learnt that valuable lessons can be imparted by apparently simple, even seemingly useless, tasks. His new wife’s dowry included a plot of land, paving the way for the business of the future. The root lay in the past, but needed reviving if it was to survive and be passed on Dreams in the Ireland of Lombardy In those years, Valtellina was known as the ‘Ireland of Lombardy’, as many left to seek their fortune elsewhere, in the nearby Swiss Confederation or France, some even in far-off Australia. Giuseppe and Domenica stayed put, while some of their children emigrated. Aldo, born in 1905, remained with his parents. Firmly rooted in his land like a tree. Just eight years old, he would ride his mule up and down the valley, fetching the wheat to be turned into flour in the Fontaniva stone mill. After the death of his father, his mother needed a pair of strong arms at home. Aldo, the dutiful son, obliged. He was a willing worker. Firmly convinced that the future could only be better, at the age of twenty he settled in Casacce, near Chiuro. A huddle of timeworn houses, some dating back to the fourteenth century, given new life by the carriage road up to the Stelvio. The old buildings were then joined by slightly more comfortable houses and Aldo built the tallest of them all. Young Rainoldi often thought back to the shop in Fontaniva and the barrels that his parents used to sell to cheer up the people of Arignano. He now wanted to go a step further: to make his living solely from wine. What he began to distribute in the valley was a simple, genuine product. Simple like the inns, the locals, and the life of the mountain people. Not all of them poor, but those who could afford high quality wines were few and far between. The wine aristocracy at that time was a French prerogative. Aldo Rainoldi however managed to secure himself a “quota of nobility” by taking as his bride Virginia Carugo, descendant of a family included in the Matricula nobilium familiarum Mediolani since 1377. 12 To become great, in any field, requires dedication, commitment, a desire for self-improvement, and the ability to listen. This is the Rainoldi credo Wax on, wax off In 1942, Aldo Rainoldi hired his first cellarman. “The pay was 5 lire, and on Saturdays I was given a loaf of rye bread,” recalls Virgilio Salvagni. Born in 1928, he is both the historical mind of the company and a collective memory. “In those days, we bought wine in bulk, but also grapes. These were then taken to the press in Chiuro. Grapes were pressed in October and November and we sold the wine from April onwards.” It was a light variety, not for ageing. “We used mainly Bressana and Brugnola,” closely related to the Chiavennasca varietal. “It is the great offspring of Nebbiolo,” in the words of Luigi Veronelli. Valtellina’s symbolic vine, which here becomes ciu venasca or “with more vein” in dialect, therefore more vigorous and suitable for making wine. In the 1950s, Virgilio became a machine fitter in the hydroelectric power stations scattered throughout the valley. In 1944, some of those power-generating 22

Shortly after the middle of the twentieth century, A. Rainoldi & Figlio in Chiuro began to bottle their own products under their own, recognisable, name. This marked the beginning of a new adventure The first labels At the dawn of the Italian economic miracle, Valtellina too was in turmoil. In the upper valley, new hydroelectric power plants were being built. Two thousand workers were hired to construct the second Cancano dam. A gargantuan task matched only by the workers' appetites. Aldo and Giuseppe Rainoldi, who now had two trucks, supplied the wine. They came and went continuously, driving up and down the mountain roads for hours, smiling to hide their fatigue. Young Peppino kept his head down, as he’d been taught, but could no longer ignore the need to express his real self. Having reached the age of maturity, he attempted to spread his wings, opening a bar in Sondrio. Without however abandoning his father. In the morning, he delivered wine. At noon, he left for his café. He resisted as long as he could, but getting home after midnight and resuming work at dawn would have proved too much for anyone and so he returned to the bosom of the family business, but went to Aldo with a heavy heart. “Look, Dad, if I can't try and do what I have in mind, I’m not delivering wine anymore.” Giuseppe wanted to leave a mark on the world of things. He wanted to change the old company, not replace it with a new one. His was a soft revolution and Aldo embraced it. He no longer bought wine in bulk, only grapes. He no longer sold in chestnut barrels, only in bottles. He bought new machines. He followed one tack, then another. Experimented, tried and tried again. Only those who never try never make mistakes. After all, what are routes? Merely itineraries cancelled by the vagaries of life, ready to be mapped out once again. Peppino had a clear plan in mind and it finally started to take shape. 32 The Rainoldis do not grow by improvising. They study treatises on viticulture, and experiment in the field and the cellar. They drive innovation An unusual classic “We have Nebbiolo refermentation in our DNA,” Aldo Rainoldi proudly declares. Today, he is both the brain and the brawn behind the winery, while his wife, Michela Benigni, is the wind in his sails. Bergamasque by birth, but a citizen of the world, she is the ambassador of Rainoldi wines worldwide. “The first attempts to produce a sparkling wine from a Chiavennasca date back to the 1970s,” Uncle Peppino explains. “I'll tell you how it went.” The Rainoldis are compelling storytellers. “I tried to make a sparkling rosé wine with an oenologist friend,” confesses Giuseppe. “We started out almost as a joke, just a few bottles to drink together on special occasions.” They popped the first ones and noted their merits and flaws. Then they began with other experiments and, year after year, the product improved. “At that time, we had formed a profitable partnership with Daniele & C., a company owned by the Italo-American brothers Aldo and Mario Daniele, and our wines were doing really well in the United States.” “We were sending up to a hundred and twenty thousand bottles a year overseas,” Peppino continues. “One day, I slipped six of our sparkling wines into a crate.” One of those strokes of fate that make life exciting decreed that the importer sent one of these bottles to a competition reserved for the Italian metodo classico. The Brut Rosé produced in the Chiuro cellars took first place. The news hit the press, including the pages of the New York Times and Daily News. 1984 marked the beginning of a fascinating new adventure. “Today our catalogue includes two single-vintage rosés made from Chiavennasca and a few Pignola and Rossola,” explains Aldo Rainoldi. “Our Cuvée Maria Vittoria, which rests on the lees for at least sixty months, is one of the jewels in our company’s crown.” 40 Always suspended between that old tale of blood, sweat, and tears and the apologia of the impossible slopes, two concepts sublimated by the idea of heroic viticulture, our job can today also be a source of joy and smiles In motus veritas Thinking you have arrived in port and then setting sail again. What could be more wonderful? This is the very expression of the human journey. We think we have arrived and instead we are still travelling, in order to grasp the capital meaning of our existences: challenge and overcome known boundaries. This is the Rainoldi recipe: self-renewal while staying true to ourselves, our origins and values. A company always on the move, ready to go off the beaten track, along paths as yet unexplored. Geographical distance is not the only thing that counts. This, however, we realise later. First, we have to penetrate our dreams, grasp their power. Who travelled the furthest? Aldo, the founder, who moved a handful of kilometres from Fontaniva to Casacce? Peppino who exported his wines to Germany, the United States and Japan? Or Aldo junior who returned from Bergamo to Valtellina to buy vines? Each of them has a story of necessary fatigue to tell. “I don't like the word fatigue, however,” confesses Aldo. "Of course, those who came before me did a lot of hard work, but dedication is one thing, sacrifice is another. If we can lighten our load, why not?". 48 In the years when Saturday Night Fever was all the rage, the name Rainoldi came to New York's most exclusive clubs and restaurants. The latitudes and longitudes of the markets became blurred lines in a fluctuating picture From Lake Como to New York Partly because of its geographical proximity, partly because of its innate charm, Lake Como was the stage chosen by A. Rainoldi & Figlio for their debut outside the borders of Valtellina. “It took me a whole week to tour it all, visiting hotels, restaurants, and trattorias,” Peppino recalls. “I realised instantly that it offered huge potential and returned to Chiuro with orders for twenty thousand bottles in my pocket.” The wine was already in the cellar, we just had to do all the rest: filling, corking, labelling. “We bought new machinery, and after a week we were ready to bottle our Grumello.” It was a success. Other traditional Valtellina labels soon followed: Sassella, Inferno, Valgella, Sfursat. Awards started to arrive. Fame spread. Giuseppe Rainoldi was looking far ahead. A change in consumer tastes brought with it our opportunity to take off. “The seventies was all about white and sparkling wines. Our reds suffered a slump. It was then that the idea came to me: let's make them known abroad.” However, there’s a big difference between saying and doing. A huge difference in this case. But Peppino had an ace up his sleeve. The bottles produced in Chiuro went on show at the Coliseum in New York. And they took off. Soared in fact, until a 1976 Sassella by Rainoldi landed on the wine list of the Windows on the world restaurant in fact, on the 107th floor of the North Tower of the World Trade Center, the Big Apple's most seductive showcase, up there among emblazoned labels, worthy of a mention by Countess Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare. Fortune favours the brave, they say. And tenacious visionaries too, we might add. Suddenly the wines bottled in the cellars in Casacce were enchanting palates in the USA. At times the soul of the mountain is impenetrable, holed up in tradition and out of sight. Even Valtellina is sometimes hidden. Its steep vineyards, on the other hand, are displayed proudly. “Look at our rows of vines,” Aldo remarks, “suspended between sky and rock, in different places than the others. This is a great advantage, because it allows us to offer a product that stands out, but it is also a complication.” As the Rainoldi family see it, the vine growers’ duty is to guard the place they work. “Yes, I feel like a custodian. Of the land that hosts us, certainly, but also of a centuries-old history.” Measured in his gestures, affably eloquent, Aldo is the perfect synthesis of the family credo: feet firmly on the ground and eyes upwards. Looking into the distance. The founder's grandson grew up far from the family winery. But the smell of wine is strong, it envelops desires and aspirations. Every time he went up to Chiuro from Bergamo, to visit his grandfather and uncle, he felt an inseparable bond with his homeland. In the end, he accepted his destiny to take care of everything he felt he inherently belongs to. The slopes clinging to the moraine soils and rounded rocks that run for kilometres along the Rhaetian chain exposed to the midday sun, the stunning stone gardens that have borrowed space from the forest, the wine cellar founded by his grandfather and expanded by his uncle where modernisation never stops. “Now we have to keep buying land and planting good grapes,” Peppino urges. “One day I too will have to step aside,” points out Aldo, “and I would like to hand over the keys to everything I have guarded in even better condition than when I received it.” This is a philosophy that has become the norm: dialogue, yes, argue even, but always and only for the good of the business. 36 “A century of history has implanted a love of wine in the heart, head and stomach of all of us.” Enamoured custodians 44

RkJQdWJsaXNoZXIy MjUwNDY=